Itinerari
Abbazia e colombaia Santa Maria De Amito o del Mito
Fra le bellezze storico-artistiche più antiche di Tricase è giusto ricordare l'Abbazia di Santa Maria de Amito. Poco si conosce di quella che fu l'Abbazia de Amito o de lo Mito o l'Abbazia di San Tommaso del Mito, comunità di monaci italo-greci e centro di cultura nonché masseria totalmente autosufficiente, situata tra il feudo di Tricase e quello di Andrano. Tra il secolo VIII e il IX sorsero un po' dappertutto numerose abbazie, cenobi, chiese e cappelle rurali fondate dai
Basiliani. Questa di Tricase dovrebbe essere sorta proprio in questo periodo, anche se non siamo certi della sua precisa nascita. Attualmente, per la verità, l'incuria e la malvagità dell'uomo hanno distrutto completamente il tutto ed a testimoniare la presenza di quello che fu un importante centro di cultura e di fede sono rimasti solo dei ruderi e delle pietre.
Nelle vicinanze dell'Abbazia del Mito, in aperta campagna, è situata la Torre Colombaia, detta anche del Mito. Il feudo dove essa si trova è denominato
Palummaru, in quanto ha preso il nome per la presenza di questa torre. Le dimensioni sono metri 6,65 in altezza e metri 15 di circonferenza.
A differenza dell'altra colombaia, che si trova nel feudo di Caprarica del Capo, la Colombaia del Mito ha all'interno 6 scale che arrivano in cima alla stessa e che servivano per ispezionare tutta la superficie interna della torre.
La Chiesa “Nova” - La quercia vallonea - Il boschetto delle vallonee
Da Tricase andando verso la marina di Tricase-Porto per la vecchia strada si incontra la
Chiesa della Madonna di Costantinopoli, chiesa rurale di forma ottagonale, sorta nel 1684 a cura della Famiglia Jacopo Francesco Arborio Gattinara, Marchese di San Martino, denominata anche Chiesa "dei Diavoli" o Chiesa "Nova"; secondo una leggenda che la vuole costruita dai diavoli in una sole notte. Questa Chiesa dista da Tricase mezzo miglio circa, ha cinque altari ed è attualmente murata e sconsacrata. Un tempo fu molto importante per la sua forma e per essere in aperta campagna.
A poca distanza dalla Chiesa, nel tipico e suggestivo paesaggio campestre tricasino incontriamo sulla strada che da Tricase conduce a Tricase Porto una grande Quercia Vallonea, denominata la
Quercia dei "Cento Cavalieri". Quest'esemplare, mastodontico e prodigioso, è un vero monumento della natura; ha più di 700 anni di vita ed è continua meta di turisti e curiosi. Esso è certamente un "dolmen vivente" e il più bello e maestoso monumento arboreo della Puglia; ha una circonferenza del tronco di metri 4,25 ed una splendida chioma che copre una superficie di circa 700 metri quadrati.
È giusto ricordare che la prima e la seconda domenica di ottobre 2000, in occasione dell'iniziativa nazionale del WWF (World Wildlife Fund - Fondo Mondiale per la Natura) dal titolo:
"Festa dei Grandi alberi", finalizzata a difendere l'immenso e prezioso patrimonio naturale costituito da alberi secolari, i cosiddetti "patriarchi verdi", il WWF ha deciso un albero-simbolo per ogni regione d'Italia e per la Puglia, come portabandiera delle due giornate, ha scelto la Quercia Vallonea di Tricase.
Il valore della Vallonea, oggi esclusivamente ornamentale, era in passato soprattutto economico, in quanto essa è stata fonte di guadagno per numerosi artigiani tricasini: la cosiddetta
arte del pelacane , cioè l'arte di conciare le pelli che negli anni passati era molto fiorente in Tricase e nel Salento. Più avanti, sempre nella campagna, vicino alle marine c'è un
boschetto di Vallonee o Falanide in una zona di proprietà comunale. Una sessantina di queste piante occupano un'area di circa 4925 metri quadri, formando un vero e proprio boschetto comunemente chiamato
Falanida. Il fondo, ubicato tra le vie Tricase-Tricase Porto e Tricase-Marina Serra, è accessibile da una strada di campagna asfaltata ed abbastanza comoda che passa adiacente allo stesso boschetto.
Questi storici e bellissimi esemplari in via di estinzione sono stati, ultimamente, inseriti nell'ambito degli itinerari turistico-culturali finanziati dalla Comunità Europea e ritenuti monumenti arborei da conservare e tutelare.
Paiare
Le
paiare sono una caratteristica del paesaggio rurale salentino. Esse, simili ai trulli e ai nuraghi, ma con peculiarità proprie, nascono come costruzioni dei contadini per il loro riposo durante la giornata di lavoro, come rifugio per le cattive giornate autunnali e invernali o come dimora estiva per tutta la famiglia. Le
paiare, costruite con la tecnica del
"muro a secco", spesso a forma di tronco di cono, sono chiuse in alto da un grosso lastrone di pietra, al quale si accede con una serie di scalini posti ad una delle pareti esterne della costruzione. Queste rurali abitazioni, molto importanti nel passato, sono oggi quasi completamente abbandonate. Negli ultimi anni, proprio perché caratterizzano il nostro ambiente, sono state valorizzate per la loro importanza storica e per la loro bellezza artistica.
Approfondimenti
La quercia vallonea
Nome scientifico: Quercus ithaburensis Decaisne
sottospecie macrolepis
Località: Si trova lungo la strada che da Tricase conduce a Tricase Porto
Numero esemplari: La maestosa quercia è conosciuta come la “Vallonea dei 100 cavalieri” per aver offerto, dice la leggenda, ombra a Federico II e alla sua corte, alla fine del XII sec.
Altri esemplari si possono osservare isolati o in piccoli gruppi nelle campagne di Tricase, Tricase Porto, Marina Serra, Marina di Novaglie, mentre in contrada Finocchiara nel “boschetto”, si può ammirare un nucleo di 45 maestosi esemplari plurisecolari di circa 6/700 anni, costituendo l’unica formazione monolitica in territorio italiano.
Misure: circonferenza della base 7,10 m - Altezza 19 m – diametro della chioma 30,60 m
Età: l’esemplare sembra risalire agli inizi del XII secolo
Condizioni: ottime
Area di provenienza: quercia semicaducifoglia, eliofila e termofila, a diffusione balcanica (Albania, Grecia e Turchia) è presente nel sud-est Italia (Salento) e in Asia Minore (Palestina), dove partecipa alla costituzione di formazioni forestali.
Note: esclusiva in Italia del Salento, unica stazione dell’Europa Occidentale, spontanea solo nel ristretto areale di Tricase (Le) con un clima sub-umido con inverni miti e con un alto indice pluviometrico. La ghianda è la più grande di tutta la famiglia delle querce con 6-8 cm. di lunghezza. Le foglie oblungo-ovate, dotate di 6-8 denti laterali, lunghe 6-12 cm., hanno la pagina superiore glabrescente e quella inferiore feltrosa.
L’indigenato di questa quercia per alcuni studiosi rimane dubbia. Alcuni la ritengono spontanea, relitto di primigenie formazioni forestali, altri pensano che le ghiande siano state introdotte da comunità monastiche brasiliane provenienti dalla Grecia intorno all’anno 1000, e successivamente coltivata perché dalla cupula e dalle galle si ottenevano i tannini usati per la concia e la colorazione delle pelli, attività conciaria fiorente e Tricase in quei tempi (gli artigiani erano chiamati “pelacani”), attività che verso la fine del 1800, con l’avvento dei concianti sintetici, inizia il suo declino e di conseguenza la rarefazione della vallonea che venne abbattuta per farne legname.
Nel gergo tricasino è chiamata “falanida” o “pizzofao”, o anche lizza-castagna “… poiché le ghiande grossissime e dolci si mangiano come le migliori castagne… ” (G. Stella, 1847).
Data la sua rarità è stata inserita nel libro rosso delle piante d’Italia.
da “Alberi monumentali del Salento” M. Congedo Ed.